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il professore Francesco Mulè

È certo ed è vero che “con l’età arriva il senno”. Almeno, così dice un vecchio motto popolare. Ed è assolutamente più che scontato. Perché, ne sono sicuro, con gli anni non si fanno più certe stupidaggini o insensatezze. Veniamo, adesso, all’episodio di qualche tempo fa. Con la mia famiglia vivevo in corso Regina Margherita, al civico 244, l’ultimo tratto in salita, dopo di che ti immettevi in Via Pero Di Giulio (se non ricordo male, pare fosse questo il nome del prolungamento di Via Regina Margherita). Ebbene. Proprio di fronte alla casa paterna abitava una famiglia, con la quale si era in buoni rapporti d’amicizia. Allora noi bambini riuscivamo a creare collegamenti tra vicini di casa e con le famiglie, anche perché si giocava insieme per la strada, nelle piazze, nei cortili o nelle proprie abitazioni, inventando una miriade di giochi, grazie, naturalmente alla fantasia della tenera età e non solo. Noi bambini degli anni Quaranta eravamo in grado di sprigionare tanta fantasia nel creare i nostri divertimenti, non avendo a disposizione tutti i giocattoli di cui dispongono oggi i nostri figli.

Giochi molto semplici e giocattoli che creavamo con le nostre mani. E ci divertivamo “un sacco”. Tra l’altro non si correvano pericoli di alcun genere. Eravamo felici e i nostri genitori erano più tranquilli di adesso. Ma una bella mattina di quel meraviglioso 1947 (mi è rimasto fatalmente impresso per la straordinarietà di quel momento) ho combinato un “bello” scherzo a una bambina. Si trattava di Rosa. Una bella “pupetta” mia dirimpettaia, di qualche annetto più giovane di me. Sul balcone del primo piano della casa paterna, in via Regina Margherita (l’abitazione si affacciava anche sul cortile Vullo), i miei avevano piantato un paio d’anni prima una pianta di peperoncino rosso, che, in quel periodo, di cui vengo a parlare, aveva dato dei frutti rossi della forma e delle dimensioni di piccole ciliegie. Era diventato un vero e proprio alberello.

Non ho esitato a pensarci un secondo, che mi è balenata per la mente un’idea strana e curiosa, ma tanto divertente per la mia età di allora. Cosa ho cercato di mettere in atto? Oggi come oggi, dati i miei venerandi anni, mi vien da ridere, e continuo a raccontare l’accaduto come se si trattasse di un fatto eroico. Ma ero un bambino di appena 7 anni (sono del 1940). La pianta era già grande. Era un piccolo albero carico di tanti grappoli di peperoncini. A guardarlo dava l’impressione di un ciliegio. Ebbene. Ho staccato un bel po’ di peperoncini, con tanto slancio ed entusiasmo, non pensando, ovviamente, alle non tanto belle conseguenze che sarebbero scaturite subito dopo. “Rosa!”, chiamavo con quella vocina ancora “bianca” dei miei ancor teneri e freschi anni, “Vieni, scendi, ti do delle buone ciliegie! Su, corri!. Ti piaceranno”. Sollecitavo la mia amichetta a venire giù. Non volevo che sia i miei familiari, sia i suoi si accorgessero dell’inganno. Ma che inganno! Che sorpresa, qualche minuto dopo! Rosa ha fatto le scale velocissimamente. Sì, perché le ciliegie erano allora, specie nel mio paese, un frutto molto raro.

Appena giù, le diedi quei peperoncini, invitandola a mandarli subito in bocca, tutti d’un colpo. Rosa non se l’è fatto dire due volte. “le piccole rosse ciliegie”, appena masticate, ai sono rivelate molto piccanti. Un vero e proprio fuoco in bocca. E, infatti, qualche secondo dopo…
“Mamma! Ho il fuoco in bocca”, gridava, correndo verso casa. Intanto io me la davo a gambe levate, cercando di sparire per evitare qualche tremendo castigo. In un baleno la mamma di Rosa (Poverina! Ci penso e mi rimprovero ancora oggi per la mia cattiveria e per lo scherzo veramente “infantile”), correndo verso la bambina: “Madonna, Madunnuzza meia! Chi ti successi? Cu fu? Cu fu? Dimmillu, Rusuzza meia! Tisuruzzu meiu!”. E io di corsa, scappavo, correvo più veloce della luce. Ero così piccolo che non mi vedevo neanch’io. Alla fine, stanco, trovai un portone aperto e mi ci ficcai dentro. Sentivo le urla della mamma di Rosa. Le faceva bere dell’acqua. Ancora peggio. Ancora più fuoco in bocca.

La signora (non ricordo più, purtroppo, il suo nome, a causa dei tantissimi anni trascorsi), dietro indicazioni della figliola, andò da mio padre, riferendogli l’incidente. Com’è finita per me quel memorabile giorno? Una bella “lezione” mi è stata data da mio papà, fortemente mortificato e oltremodo addolorato di quanto fosse accaduto. Una “lezione” di un buon padre di famiglia che ha saputo educare molto bene i suoi quattro figliuoli. Quel brutto scherzo, comunque, ho saputo appianarlo qualche giorno dopo con i genitori di Rosa, naturalmente dietro suggerimento di mio padre, ripristinando i vecchi rapporti sia con loro, sia con la mia amichetta. Per qualche anno ancora, mentre si giocava, ci tornava in mente il peperoncino/ciliegia. Noi bambini ci ridevamo sopra. Poi non più, purtroppo.

I genitori di Rosa sono emigrati in Argentina. Da allora tutto è silenzio. Io, però, continuo a raccontare quello che per Rosa non fu, sicuramente, un bello scherzo. E lei? Chissà! Ma oggi, tutte le volte che mi torna in mente quello spiacevole momento, chiedo umilmente perdono a lei e ai suoi familiari. Credo sia assolutamente giusto e corretto. Concludo con un bell’auspicio: mi farebbe piacere raccontarci “l’eroica prodezza”, se un giorno finissimo per rivederci.
Francesco Mulè

Aria mia
(da “Fotogrammi”)

Montesara di vita / di fresche stagioni / passerotti nelle mie mani / spighe sotto i piedi / parole amiche la sera / attorno all’umile cena / Montesara di altri tempi / geografia di verdi pianure / da giovani canti carezzate / il Platani lavava i miei giorni / nel coro di vispe anguille / il sole m’era più grande / giocavo con la pioggia sui vetri / (tempus non omnia solvit) / chiassoso cortile d’una volta / più non mi parli / bar della piazza assai lieta / ove nascevano incontri / chiesa dei miei ritiri / fresche voci d’allora / tutti siete ancora miei / sempre dolce / il pensiero corre su di voi
Francesco Mulè

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