(dal libro “Ricordi di Cattolica Eraclea tra le due guerre mondiali (1920-1940) del professor Antonio Vento)

foto concessa gentilmente dall’ist. Contino

Chi era Ezio Contino, a cui meritatamente è intitolata la locale Scuola Media? Certamente se lo sono chiesti gli alunni di ieri e se lo chiedono anche quelli di oggi. Il suo nome lo si trova scolpito nella lapide marmorea, posta nella parte bassa della civica torre dell’orologio, insieme a quello di altri indimenticati figli di Cattolica che hanno sacrificato la loro giovinezza nell’adempimento di un dovere a cui la patria li aveva chiamati. Ezio era nato nel 1917 dal dottor Biagio Contino, veterinario comunale, e da N. Vaccarino. Abitavano la casa che fa angolo tra la via Mons. Amato e la via Regina Margherita, oggi abitata dalla famiglia Alongi. Rimasto orfano, ancora bambino, della madre, se ne prese affettuosa cura Suora Andreina del locale collegio di Maria, che gli profuse tutto l’amore che avrebbe potuto offrirgli la madre.
L’amò sempre come un figlio e ne fu gratificata dall’affetto e dalla devozione filiale che Ezio ebbe sempre per lei. Il padre, dopo qualche anno di vedovanza, si risposò con Teresa Porcari, originaria di Castronovo di Sicilia, dalla quale ebbe due figli: Giuseppe e Maria. Mostrò di essere una grande signora e fece da vera madre anche ai due figli, Gino ed Ezio, nati dal precedente matrimonio del marito.

Ezio crebbe, quindi, in una famiglia dai sani principi cristiani, con serietà di buoni propositi giovanili di studio che lo portarono a laurearsi in legge nel tempo dovuto. Da studente universitario ricoprì la carica di segretario del locale G.U.F. (gruppo universitario fascista), promuovendo alcune attività teatrali e sportive. Fu anche, per qualche tempo, presidente di una dilettante squadra di calcio. Nel marzo del 1941, in pieno periodo di guerra, fu chiamato alle armi ed inviato a frequentare il corso di allievi ufficiali di complemento, insieme ad altri coetanei, tra cui sono da ricordare Nino Borsellino, che fu emerito insegnante di scuola media ed illustre autore di alcune opere narrative, e Nino Bongiorno, giovane di versatile ingegno, professionalmente divenuto un solerte magistrato. Purtroppo entrambi, vittime di un male incurabile, sono morti prematuramente. Nel marzo del 1942 Ezio termina il corso ottenendo la nomina a sottotenente. In attesa della sua destinazione trascorre un breve periodo di licenza a Cattolica, dove riceve la comunicazione della sua assegnazione alla divisione “Torino”, già operante nel fronte russo.

In attesa di raggiungere tale destinazione dovrà presentarsi alla sede del deposito del suo reggimento a Bracciano, distante una quarantina di km da Roma. Fu proprio questa circostanza che mi offrì l’occasione di incontrarlo in questa località, per cui sono stato l’ultimo degli amici a vederlo ancora in vita. Allora ero anch’io militare e frequentavo un altro corso allievi ufficiali che, proprio in quei giorni, per svolgere alcune esercitazioni militari, ci avevano fatto accampare in un paesino, Manziana, a circa 4 km da Bracciano, che appariva ben visibile da lì. Dal fratello Giuseppe, al quale mi legava un’affettuosa amicizia, avevo saputo che Ezio si trovava a Bracciano e il giorno di San Giuseppe di quell’anno 1942 decisi di andarlo a trovare. Di buon mattino presi il treno ed in breve mi trovai alla stazione di Bracciano. Qui grande e gradita fu la mi sorpresa nel trovare Ezio che era in procinto di venirni a trovare a Manziana. Dopo lo scambio di abbracci mi condusse nell’alloggio che aveva preso in affitto in attesa della sua infausta destinazione; mi disse che era stato a Cattolica per una breve licenza e che ora, da una settimana si trovava a Bracciano.

Mi offrì un pezzo di pane, piuttosto duro, poichè l’aveva portato da Cattolica; mi chiese anche se volevo un pò di pasta; non rifiutai l’offerta, poichè pane e pasta erano i regali più graditi che si potevano fare nel tempo in cui ogni genere di cibo scarseggiava. Si recò a prenderla nell’altra stanza e si attardò un poco in cerca di un pò di carta; tornando mi chiese il pane per incartarlo, ma grande fu la sua meraviglia vedendo che io l’avevo già mangiato. C’ era in me, e in tanti altri, una perenne fame arretrata che non era possibile soddisfare del tutto, poichè il razionamento di ogni genere alimentare rendeva difficile, anzi impossibile, procurarsi alimenti extra dalla razione stabilita, che, per noi militari era di 400 grammi di pane al giorno ed una brodaglia a pranzo e a cena, che non riuscivano a soddisfare il corpo di un ventenne bersagliere, costretto a correre per buona parte del giorno. Più tardi mi portò nella sua caserma e mi fece offrire il rancio che stava per essere distribuito ai militari.

 Passammo insieme buona parte del pomeriggio sapendo, tra l’altro, che ne aveva la possibilità, gli chiesi perchè non aveva fatto nulla per farsi assegnare ad altro reparto con altra destinazione, diversa da quella destinatagli del fronte russo. Quasi un leonida alle Termopoli, mi rispose che egli non intendeva opporsi al destino e, quindi, obbediva alla chiamata della Patria, con la P maiuscola, perchè alto allora era il concetto di Patria. C’era nel suo atteggiamento qualcosa che non collimava con il mio, propenso a fare di tutto per salvare la pelle, cosa che fortunatamente e fortuitamente avvenne nel corso degli avvenimenti bellici successivi. Ci lasciammo che era già sera con la speranza che un giorno, a guerra finita, avremmo rievocato in paese questo nostro incontro.

 Purtroppo non fu così. Nei primi giorni del novembre di quell’anno stavo trascorrendo una breve licenza militare in paese ed una sera, quando le vie erano nel buio più fitto per l’obbligato oscuramento, e quando era imminente il coprifuoco che obbligava a starsene a casa, io e il mio carissimo amico Peppino, fratello di Ezio, decidemmo di passare qualche ora a casa sua. Di lì a poco vennero a trovare il papà due suoi cognati: l’ins. Modesto Guarraci e il cav. Bartolo Vaccarino, con i quali si appartò nella stanza accanto. La loro venuta, ma di più la richiesta di appartarsi, sorprese un pò tutti ed intorno si diffuse un silenzio carico di curiosità e di drammatica ansietà. Proprio in quel profondo silenzio sentimmo un urlo disperato, sovrumano: Eziooooo! Eziooooo! Si aprì la porta e vedemmo il papà accasciato sul divano.

Ezio era morto, caduto combattendo in un lembo di terra lontana, lungo le rive di un fiume ucraino, il Donez, sacrificando la sua giovane esistenza nell’adempimento di una patrio dovere, per un ideale in cui credeva fermamente. Quando la notizia fu comunicata alla “suora mamma” si dovette ricorrere al medico, perchè grande fu il dolore per lei che giorno per giorno pregava alimentando la speranza di vedere tornare sano e salvo il suo Ezio e vederselo correre incontro, come faceva sempre quando stava fuori per qualche tempo. I particolari di quel sacrificio furono raccontati, dopo, dall’attendente di Ezio, venuto a trovare la di lui famiglia. Di Ezio Contino oggi non rimane che quel nome scolpito nel freddo marmo, insieme a quello di altri eroici figli di questa nostra terra, anch’essi caduti nella prima e nella seconda guerra. A questo punto vorrei aggiungere che nessuna delle amministrazioni comunali, succedutesi in quegli anni dopo, provvide ad onorare degnamente la memoria di questo diletto figlio di Cattolica, così come avevano fatto nel primo dopoguerra le precedenti amministrazioni, intitolando alcune vie alla memoriadi capitani, sottotenenti e brigadiere, come leggiamo oggi.

Ad onorare la memoria di questo eroe senza medaglia ha provveduto la Scuola media locale prendendo il nome di Ezio Contino ed io mi onoro di aver dato il mio contributo nella scelta, nella mia funzione di vice preside di allora.

(dal libro “Ricordi di Cattolica Eraclea tra le due guerre mondiali (1920-1940) del professor Antonio Vento)