Perchè il nome di Minoa?

APPROFONDIMENTI STORICI SU ERACLEA MINOA
(a cura di Gerlando Lentini tratto dal settimanale Momenti di vita locale)

Teatro Eraclea Minoa
Teatro Eraclea Minoa

PERCHÉ IL NOME DI MINOA?
Perché i Selinuntini dettero il nome di Mìnoa a questa colonia da essi fondata?
Mìnoa era il nome dell’isoletta situata di fronte a Nisea, il porto di Megara, in Grecia: ricordava, quindi, ai Selinuntini la patria lontana.
Sin qui la storia. Ma come già scritto, le città greche della Sicilia, raggiunto un loro splendore politico e artistico, vollero nobilitarsi attribuendo la loro fondazione agli dèi o a personaggi della mitologia. Non fa eccezione Eraclea Mìnoa, che attribuì le sue origini a Minosse, mitico re e saggio legislatore dell’isola di Creta, al quale già si attribuiva la colonizzazione dell’isoletta di fronte al porto di Megara e alla quale aveva dato il suo nome: Mìnoa. Pertanto l’avventura di questo personaggio, figlio di Zeus e di Europa, si era conclusa, sempre secondo la mitologia, proprio in Sicilia; e quindi si poteva attribuire a lui la fondazione di questa città.
Tale origine minoico-cretese di Mìnoa – che sarà sfruttata, come diremo, a suo danno dalla vicina Agrigento – viene attestata da Eraclide Pontico nell’opera già citata De politiis e da Diodoro Siculo, vissuto nel primo secolo a.C., nella sua storia universale intitolata Biblioteca storica: il primo sostiene che fu proprio Minosse a chiamare Mìnoa la città di Màcara da lui conquistata; l’altro, invece, attesta che furono i suoi soldati a costruirla dopo la sua morte tragica.
Scrive dunque Eraclide Pontico che “Mìnoa, città della Sicilia, in un primo tempo fu chiamata Màcara; in seguito, Minosse, avendo sentito che Dedalo si era ivi rifugiato, con una numerosa flotta, risalendo il fiume Lico (il Platani), se ne impossessò. E dopo avere sottomesso gli abitanti, impose ad essa il suo nome, Mìnoa, e rinsaldò il potere dando delle leggi cretesi”.
Diodoro Siculo, verso la fine del I secolo a.C. nel IV libro della sua Biblioteca storica (o universale), narra che Minosse, voleva perseguitare e punire Dedalo, suo infedele architetto-scultore, che era fuggito da Creta e si era rifugiato in Sicilia, ove fu accolto da Còcalo, re dei Sicani, per il quale aveva addirittura costruito e fortificato la città di Camico, sua residenza; città che oggi viene localizzata in Sant’Angelo Muxaro (Agrigento), arroccata nell’alta valle del Platani. Minosse sbarcò, con un buon numero di soldati, nel
territorio di Agrigento, facendo sapere a Còcalo, per mezzo di suoi ambasciatori, che gli consegnasse Dedalo. Il re sicano si mostrò accondiscendente, al punto che volle ospitare lo stesso Minosse nella sua reggia. Però mentre questi si trovava nel bagno, Còcalo lo fece trattenere così lungamente nell’acqua che, per il soverchio calore di essa, Minosse ne fu soffocato. Il suo corpo venne, comunque, restituito ai soldati; i quali gli dettero degna sepoltura nel territorio degli Agrigentini. Tra di essi, in seguito, ci fu una scissione. Per cui “alcuni si misero a fabbricare una città che, dal nome del loro re, chiamarono Mìnoa”; gli altri si dispersero.
La differenza tra la narrazione di Eraclide e quella di Diodoro sta nel fatto che il primo attribuisce allo stesso Minosse la fondazione di Mìnoa; il secondo, invece, ai suoi soldati; ambedue, tuttavia, possono considerarsi delle costruzioni a posteriori per fini politici e di prestigio, come già notato.

AGRIGENTO E SELINUNTE SI CONTENDONO MINOA
I Selinuntini, dunque, si stanziarono alle foci del Platani verso il 600 a.C. Qualche decennio dopo, circa il 580 a.C.,

Eraclea Minoa di notte - foto L. Butera
Eraclea Minoa di notte – foto L. Butera

fu fondata Akragas, ossia Agrigento, la quale ben presto incominciò ad avanzare pretese di dominio su Minoa. Perché?
Perché i fondatori appunto di Agrigento erano coloni provenienti da Rodi e da Creta, venuti però prossimamente da Gela, fondata a sua volta dai loro antenati un secolo prima, nel 688 a.C. circa. Potevano, quindi, rivendicare Mìnoa perché fondata dal cretese Minosse o dai suoi soldati, secondo le narrazioni mitologiche sopra riportate. E lo fecero quando Agrigento, resasi indipendente da Gela, fu talmente forte da poter rivaleggiare economicamente e politicamente con Selinunte.
“Agrigento – scrive Ernesto De Miro – sentì ben presto l’esigenza di espandere il suo territorio, che si estendeva ad est sino al fiume Salso e ad ovest confinava con Mìnoa. E’ chiaro, allora, come tale colonia selinuntina fosse ben presto sentita dai rodio-cretesi di Akragas quale parte della loro zona d’influenza, anche in vista del possesso di un nuovo porto, preoccupazione non ultima dei coloni greci di Sicilia (i vicini Selinuntini avevano fatto di Mazara un loro emporio). Si spiega, altresì, come per legittimare le loro pretese, essi avessero sentito il nome e la fondazione di Mìnoa non in ricordo dell’isolotto antistante Megara, ma come il nome di un loro eroe, Minosse, e avessero perciò elaborato quella leggenda (di cui sopra) che la logografia greca ci ha conservato.
Comunque è certo che Mìnoa, posta a metà strada fra Selinunte ed Agrigento, fu oggetto, nel corso della prima parte della sua storia, di continue contestazioni fra l’una e l’altra città” (Siculorum Gymnasium, gennaio. – giugno 1952, p. 55).

VERSO LA FINE DEL VI SECOLO A. C. MINOA DIVENTA ERACLEA MINOA  �
FONDAZIONE DI ERACLEA MINOA
Dorieo apparteneva agli Eraclidi, una famiglia che si rifaceva a1 mitico eroe Eracle (o Ercole) e che si era stabilita a Sparta, in Grecia. Egli aspirava ad essere re della città. Ma quando gli Efori (i cinque magistrati che sorvegliano l’operato dello stesso re) preferirono il fratello Cleomene al suo posto, mal sopportando di sottostare a un fratello che odiava, si mise a viaggiare con altri compagni d’avventura. Approdò in Africa; ma, cacciato dai Cartaginesi, ritornò in patria.
Spinto, tuttavia, ancora una volta da un oracolo e più che altro dal desiderio di gloria, Dorieo lasciò un’ altra volta Sparta con l’ intenzione di fondare una colonia in Sicilia. Lo svolgimento dell’impresa ci viene narrato con modalità diverse da due autori: Diodoro Siculo ed Erodoto.
Diodo Siculo, nel libro IV della citata Biblioteca storica, rifacendosi alla mitologia, narra che Ercole, quando venne in Sicilia, sfidò alla palestra il re Erice, che mise come pegno il suo regno. Fu vinto, e quindi spogliato del regno, che Èrcole dette ai re dei Siculi, con la promessa che avrebbero data ospitalità a chi dei suoi discendenti fosse venuto in Sicilia. “E così – scrive Diodoro – poi avvenne. Poiché dopo molti secoli, navigando alla volta della Sicilia Dorieo eraclide di Sparta, qui fu accolto secondo la promessa e vi fabbricò la città di Eraclea”; così, chiamata in ricordo del suo illustre antenato.
Erodoto, a sua volta, nel V libro delle sue Storie, ci fa un racconto più attendibile, alieno da fantasie mitologiche. “Con Dorieo – egli scrive – s’erano imbarcati, per fondare la colonia, anche altri Spartani: Tessalo, Parebate, Celees ed Eurileonte; i quali, giunti in Sicilia con tutta la spedizione, morirono sul campo di battaglia, sopraffatti dai Fenici e dagli Egestani. Soltanto Eurileonte, fra gli aspiranti fondatori della colonia, sopravvisse al disastro. Egli, presi con sé quelli che restavano del corpo di spedizione, occupò Mìnoa, colonia di Selinunte, e aiutò i Selinuntini a liberarsi della tirannia di Pitagora. Però, dopo aver rovesciato costui, s’impadronì egli stesso del potere assoluto in Selinunte e dominò da solo”.
Insomma, Eurileonte approfittò della debolezza del governo di Pitagora, mal visto dai Selinuntini, per occupare Mìnoa, che dovette essere ben presto organizzata politicamente e militarmente perché, in un secondo tempo, l’audace spartano potesse osare portare le armi nella stessa Selinunte, che era oltretutto sotto l’influenza cartaginese, ed impadronirsi del governo. Ottenuto il quale, pensò certamente a rendere più bella e più fiorente Mìnoa, che d’allora in poi si chiamò Eraclea, in memoria del mitologico antenato di Dorieo, Eracle: Eraclea Mìnoa. Si era quasi al 500 a.C.
Il governo tirannico di Eurileonte su Selinunte non durò molto, poiché – continua a scrivere Erodoto – “i cittadini si sollevarono e lo uccisero, nonostante si fosse rifugiato presso l’altare di Zeus Agoraio”, ossia protettore dell’assemblea, della piazza del mercato, dove era eretto un altare in suo onore.
Eraclea Mìnoa – secondo Diodoro nell’opera citata – “in breve spazio di tempo” si sviluppò in modo tale da destare serie preoccupazioni nelle vicine colonie.

ERACLEA MINOA: PORTO DI AGRIGENTO
In questo periodo ad Agrigento il potere era monopolizzato dalla nobile famiglia degli Emmenidi, il più celebre della quale fu Terone che ne divenne signore nel 488 a.C. Egli, mite e saggio nel governo della sua città, fu forte e determinato nella politica di espansione di Agrigento a scapito delle popolazioni indigene e anche delle stesse colonie greche, prima tra tutte proprio Eraclea Mìnoa; insomma, intendeva espandere il suo dominio dal Mediterraneo al Tirreno.
Eraclea Mìnoa era il nuovo porto che Terone intendeva aggregare alla potente Agrigento; un porto che aveva un’importanza strategica, sia politica che commerciale. Era infatti sulla rotta marina che partiva dal mare Egeo verso occidente: quella che partendo da Creta toccava la costa meridionale della Sicilia… Il porto di Eraclea Mìnoa era una delle tappe obbligate per i naviganti che dall’Egeo si dirigevano verso i paesi occidentali.
Peraltro, aveva ad Eraclea Mìnoa il suo sbocco la valle del fiume Hàlykos (il Platani), risalendo la quale si penetrava nell’ interno, tra le alture abitate dalle comunità sicane, e si giungeva a Camico, la rocca fortificata da Dedalo per il re Còcalo secondo la mitologia, e già sotto il dominio agrigentino.
Ancora: il Platani e la sua valle si caratterizzavano come “la via del sale”, battuta dai mercanti che volevano rifornirsi di salgemma e di zolfo.
E così Terone estese il suo dominio su Eraclea Mìnoa, giustificando questo suo atto di prepotenza richiamandosi alle origine minoiche e cretesi di questa città, anzi, prendendo occasione di un atto di pietà verso il mitologico re cretese Minosse, vero o inventato, non importa. Diodoro Siculo ne parla nel IV libro dell’opera citata, quando descrive l’attività di ingrandimento e di abbellimento di Agrigento da parte di Terone: “Edificando gli Agrigentini – leggiamo – la loro città, mentre Terone era loro signore, essendo stata trovata la sepoltura di Minosse, ne rimandarono in Grecia le ossa”.
Ma Terone voleva lo sbocco dei suoi domini sul Tirreno; perciò, col sostegno di Gelone signore di Siracusa cui aveva dato in sposa la figlia Damarete, occupò Imera, scalzandone il tiranno Terillo; il quale chiese aiuto ai Cartaginesi, che intervennero con un esercito di 300.000 soldati chiudendo Imera in un assedio senza scampo. Gelone di Siracusa accorse in aiuto con 50.000 soldati e sbaragliò i Cartaginesi, incendiandone poi la flotta, nel settembre del 480 a.C.
In seguito a questa vittoria i Cartaginesi furono domati e ridotti alla difensiva, mentre i Greci ebbero il predominio incontrastato, con Siracusa che saliva a grande potenza: da essa da essa infatti dipendeva l’equilibrio politico nel Mediterraneo.
Agrigento, a sua volta, riaffermava il suo dominio dal Mediterraneo con Eraclea Mìnoa, al Tirreno con Imera.
Una delle clausole per la pace, tra Gelone e Terone da una parte e i cartaginesi dall’altra, fu suggerita da Damarete, moglie di Gerone e figlia di Terone: era quella che vietava agli sconfitti cartaginesi i sacrifici umani nei loro riti religiosi, almeno in Sicilia. Era usanza punica, infatti, di sacrificare al dio Moloc i figli primogeniti maschi, appena compiuti i dieci anni di età.
La Sicilia, proprio in questo periodo storico, incominciava ad essere considerata “il granaio di Roma”. Fu infatti Gelone, signore di Siracusa, a mandare il primo carico di grano a Roma. Anche Eraclea Mìnoa partecipò a questa esportazione di grano, perché la sua economia era basata sull’agricoltura, oltre che sulla pastorizia, la pesca e il commercio.

PRIMA DISTRUZIONE DI ERACLEA MINOA: 406 a.C.
Dal 431 al 404 a.C. si svolse in Grecia la cosiddetta guerra del Peloponneso, protagoniste le due grandi rivali Atene e Sparta. Le città greche della Sicilia dovettero pure schierarsi o con l’una o con l’altra. Ad un certo punto, nel 415 a.C., Atene ritenne opportuno portare la guerra in Sicilia, soprattutto contro Siracusa, che si era schierata con Sparta. Con 200 navi e 40.000 soldati, Nicia, il comandante ateniese, assediò Siracusa.
I Siracusani, però, con l’aiuto degli Spartani accorsi, riuscirono a rompere il blocco e ad annientare la flotta ateniese. E così si dissolse la presenza militare di Atene in Sicilia.
Selinunte, in questa guerra, si era schierata con Sparta e Siracusa, mentre Segesta aveva parteggiato per Atene. Perciò i Selinuntini, volendo regolare i conti con i Segestani, fiduciosi nell’appoggio di Siracusa, si prepararono ad aggredire la città rivale; ma ne furono impediti dai Cartaginesi, il cui aiuto era stato chiesto dai Segestani. Sconfitta quindi dai Cartaginesi, Selinunte fu presa e distrutta nel 409 a.C. Furono uccisi 16.000 cittadini, 5.000 furono fatti schiavi; 2.600 ripararono in Agrigento. Dopo due anni, il siracusano Ermocrate leader degli aristocratici siracusani, bandito dalla sua città dal prevalente partito democratico, volle far risorgere Selinunte, ripopolandola e restaurandola. Essa tuttavia condurrà modesta esistenza sino alla prima guerra punica, quando Cartagine le inflisse l’ultima sconfitta, costringendo gli abitanti a rifugiarsi a Lilibeo (250 a.C.).
Nello stesso anno della distruzione di Selinunte (409 a.C.), i Cartaginesi, al comando di Annibale, assalirono Imera e la raserò al suolo. Nel 406, continuando l’offensiva contro le città greche, occuparono Agrigento e la distrussero. Eraclea Mìnoa, situata tra Selinunte ed Agrigento, subì la stessa sorte. Ce lo attesta Diodoro Siculo nel IV libro dell’o.c. in questi termini: “I Cartaginesi mossi da invidia e da timore, affinché Eraclea Mìnoa non divenisse così potente da espugnare poi il loro dominio, assediandola con grosso esercito, finalmente la presero e la spianarono”. Era ancora il 406 a. C. Tali parole, forse un po’ esagerate, testimoniano che Eraclea Mìnoa aveva allora una sua identità economica, politica e militare non indifferente.
I Cartaginesi continuarono la guerra per piegare Siracusa; ma, durante la campagna di avvicinamento a questa città, una pestilenza cominciò a serpeggiare tra i soldati punici, tanto da essere costretti a chiedere la pace a Dionisio I, il quale ben volentieri la offrì, costretto dalla situazione politica poco felice in cui si trovava nella sua città. Con questo trattato punico-siracusano, stipulato nel 404 a. C., si riconosceva ai Cartaginesi il dominio sul territorio da essi occupato: metà circa dell’isola. Veniva però data facoltà ai profughi greci di ritornare in patria e ricostruire le città distrutte; era, tuttavia, loro proibito di erigere nuove fortificazioni, mentre dovevano pagare un tributo ai vincitori.
Anche Eraclea Mìnoa dovette subire una tale sorte. Fu quindi ricostruita, ma di modeste proporzioni.
RIDOTTA A PICCOLA CITTÀ PRESIDIATA DAI CARTAGINESI
Dionisio I ben presto ruppe il trattato con i Cartaginesi e riprese la politica di espansione di Siracusa. Rioccupò le città greche, non solo, ma s’impadronì anche della fortezza della fenicia Mozia nel 396 a.C. Fu sconfitto però in mare dal generale cartaginese Imilcone, che poté così assediare Siracusa. Ma ancora una volta la peste che infieriva tra i soldati punici costrinse Imilcone alla ritirata.
Dionisio I ricacciò i Cartaginesi nell’estremità occidentale della Sicilia, e così Eraclea Mìnoa rientrò nell’orbita siracusana.
Il trattato sancito nel 368 a.C., tra Siracusani e Cartaginesi, stabiliva pertanto che il confine siracusano veniva portato al fiume Halicum, che scorre alla destra di Eraclea, la quale ritornava ellenica. Ma solo per poco tempo, poiché sotto Dionisio II, succeduto al padre morto nel 367 a.C., Eraclea Mìnoa fu ripresa dai Cartaginesi e ridotta ad una piccola città da essi presidiata. La qualcosa risulta da quanto riferisce Diodoro nel libro XVI dell’opera citata e da Plutarco nella sua Vita di Dione.
Dione – racconta dunque Plutarco – era un nobile siracusano, cognato di Dionisio I e zio di Dionisio II, il quale lo mandò in esilio nel 366 a.C. per le sue idee innovatrici dello Stato, secondo gli insegnamenti del filosofo Platone. Ma Dione nel 357 a.C., approfittando del malgoverno del nipote, decise di ritornare in patria con altri esuli. Arruolati anche dei soldati mercenari, salpò dalla Grecia. Ma sbattuti dai venti contrari sulle coste africane, “fatte preghiere agli dèi, navigarono per alto mare dalla Libia alla Sicilia; e leggermente correndo, approdarono il quinto giorno a Mìnoa (Eraclea), piccola città della Sicilia, soggetta ai Cartaginesi”.
Il comandante del presidio militare cartaginese di Mìnoa era Sinalo, amico di Dione, nonostante fossero l’uno cartaginese e l’altro greco. “Avvenne per caso – scrive perciò Plutarco – che si trovava allora in essa Sinalo, comandante del presidio cartaginese, il quale era amico di Dione. Quegli però, non sapendo chi stesse per approdare e che quelle erano le navi del suo amico, ordinò ai suoi d’impedire lo sbarco dei soldati. Nonostante ciò, i soldati di Dione balzarono fuori delle navi con le armi in pugno, con l’ordine tuttavia di non usarle, in grazia della sua amicizia con il comandante cartaginese. Comunque, messili in fuga, entrarono in città e la occuparono.
Incontratisi e salutatisi i due comandanti, Dione restituì la città a Sinalo, senza aver fatto oltraggio alcuno. Sinalo, da parte sua, alloggiò i soldati e cooperò ai preparativi di ciò che a Dione bisognava”. Anzi, aggiunge Diodoro Siculo, nel libro XVI della sua Biblioteca, che li fece “portare su dei carri sino a Siracusa”.

NEL PERIODO PIÙ SPLENDIDO, ANCHE IL TEATRO
La situazione di Eraclea Mìnoa mutò ancora una volta quando Timoleone fu al potere in Siracusa. Dopo di avervi stabilito l’ordine, fu in grado di riprendere l’offensiva contro i Cartaginesi, che sconfisse presso il fiume Crimiso nel 340 a.C. Conclusa la pace, i Cartaginesi riconobbero il dominio di Siracusa sino al fiume Alico: quindi Eraclea Mìnoa ritornò nella zona greca.
Timoleone nei riguardi delle città greche operò in due direzioni: vi instaurò un ordinamento simile a quello di Siracusa e le legò in una confederazione che, pur salvaguardandone 1′autonomia, le opponeva tutte insieme sia al pericolo cartaginese sia alla tirannia interna.
Nel 316 a.C. con un colpo di Stato Agatocle s’impadronì del potere a Siracusa. Mirò ad unificare la Sicilia greca per difenderla non solo dai Cartaginesi, ma anche dagli Italici. Nel 310 a.C. iniziò la guerra contro i Cartaginesi, combattuta non solo in Sicilia, ma anche in Africa.
Le città greche però, gelose della loro indipendenza umiliata dal tiranno siracusano, con in testa Agrigento, gli si ribellarono schierandosi contro di lui. Tra queste, senza dubbio, anche Eraclea Mìnoa, la quale durante la seconda metà del IV secolo a.C. ed oltre riprese il suo sviluppo, accrescendosi di abitanti ed organizzando bene la sua difesa in numero di uomini e con relative fortificazioni.
Agatocle dall’Africa ritornò in Sicilia e riuscì a sottomettere le città greche ribelli; ma, ritornato in Africa, riprese la ribellione. Allora, riferisce Diodoro Siculo nel XX libro dell’opera citata, ancora una volta Agatocle ritornò in Sicilia; “ed avendo riportato vittoria, partì da Agrigento e venne a Selinunte; durante questa marcia, soggiogò un’altra volta gli Eraclesi che avevano acquistato la libertà con Senodoco”.
Agatocle, dopo aver guerreggiato, oltre che in Sicilia e in Africa, anche nell’Italia meridionale, ormai vecchio, dichiarò suo erede lo stesso popolo siracusano instaurando la democrazia; ed inoltre restituì l’autonomia a tutte le città che aveva assoggettate: era il 289 a.C.
Tra il 350 e il 280 a. C. Eraclea Mìnoa, come altre città greche, visse un periodo di splendore, il massimo della sua esistenza. “Le sue mura – scrive E. De Miro – raggiunsero un perimetro complessivo di sei chilometri… La presenza di un numero così notevole di postierle in un tratto relativamente breve del muro e l’ubicazione stessa di esse, quasi tutte sulla sinistra delle torri, insieme agli accorgimenti del percorso dell’intero settore, ci fanno pensare ad una età piuttosto progredita nell’arte militare, in cui la difesa non era considerata fine a sé stessa, ma doveva offrire anche possibilità offensive ai difensori” (Siculorum Gymnasium, o.c., p. 63). Postierle erano piccole porte collocate in luoghi distanti dalle porte principali e mimetizzate, in modo da servire in particolari circostanze a fini strategici.
Durante questo periodo fu costruito anche il teatro di tipo greco, con la cavea poggiata sul pendio di una collinetta a 75 metri sul livello del mare; cavea che misura m. 33,25 di diametro, articolata in 10 gradinate e divisa in 9 settori con 8 scalette; poteva ospitare circa 3.000 spettatori. Si vedono ancora i sedili, provvisti di schienale e braccioli, destinati alle autorità e ai personaggi più importanti della città. “ Il teatro di Eraclea – osserva E. De Miro – è fra i teatri greci di Sicilia privi di tradizione letteraria” (Teatri antichi, suppl. di Kalòs, n.6, 1965). Al di sopra del teatro doveva esserci anche un santuario.

ANCORA SOTTO CARTAGINE… IN ATTESA DEI ROMANI
Nel 278 a. C. Eraclea Mìnoa ricadeva sotto il dominio dei Cartaginesi, i quali riprendevano l’offensiva contro i Siracusani e le città greche della Sicilia occidentale.
A questo punto entrò in azione Pirro, re dell’Epiro; il quale si dette il compito di riunire sotto di sé tutte le colonie greche dell’Italia meridionale e della Sicilia, sottraendole al predominio dei Romani e dei Cartaginesi. Dopo aver riportato alcuni successi nell’Italia meridionale, passò nell’isola dove, in due anni: 278-276 a.C., ridusse i Cartaginesi al possesso della sola città di Lilibeo; quindi Eraclea Mìnoa ritornava libera.
Quando però Pirro fu vicino al successo completo, vide rivoltarsi contro le stesse città greche della Sicilia; le quali mal sopportavano la disciplina e le contribuzioni finanziarie abbastanza gravose da lui imposte. Costretto a lasciare l’isola nel 276 a.C. e sconfitto dai Romani a Benevento nel 275 a.C., ritornò in Epiro.
Conclusione: fallita l’impresa di Pirro, fu segnato il destino delle città greche della Sicilia occidentale, compresa Eraclea Mìnoa: venuto meno il forte sostegno di Siracusa, che a stento riuscì a tutelare la sua indipendenza, ricaddero sotto il predominio di Cartagine, sino a quando non verranno Romani a farne una loro provincia.

CON ROMA… L’AUTONOMIA AMMINISTRATIVA
Nel 270 a.C. Roma conquistò Reggio Calabria, completando così il suo dominio su tutta l’Italia peninsulare: pertanto, venuta a contatto con il dominio cartaginese sulla Sicilia, fu inevitabile lo scontro tra le due potenze per il predominio, non solo sull’isola, ma anche sulla parte occidentale del Mediterraneo e sulle terre che ad essa si affacciano.
Si trovavano di fronte, d’altro canto, due organizzazioni statali con una opposta cultura politica, economica, sociale e commerciale. Lo Stato romano era fondato su una sorta di collaborazione con le città e i popoli che entravano a far parte del suo dominio, che formavano perciò con Roma una forte potenza militare. L’impero cartaginese, invece, si basava su un dominio dispotico sulle città e i popoli assoggettati, con un esercito formato da sudditi e da mercenari, ossia da elementi poco affidabili e non omogenei.
Causa occasionale di quella che passò alla storia come prima guerra punica (264-241 a.C.) fu offerta dai Mamertini, che erano dei soldati mercenari della Campania, così chiamati in onore di Mamerte, o Marte, dio della guerra. Essi si impadronirono di Messina, suscitando l’ostilità di Gerone, tiranno di Siracusa. E poiché i Mamertini chiamarono in aiuto i Romani, Gerone si alleò con i Cartaginesi, che assediarono Messina. Era il 264 a.C.
II console romano Appio Claudio sconfisse sia i Cartaginesi che i Siracusani, riuscendo anche a staccare Gerone dall’alleanza cartaginese e a farselo alleato per continuare la guerra, durante la quale Eraclea Mìnoa fu teatro d’importanti operazioni militari.
I due consoli romani, Postumio Megello e Mamilio Vitulo con i loro due eserciti, dopo aver conquistato buona parte della Sicilia, cinsero d’assedio Agrigento, alleata e roccaforte dei Cartaginesi al comando di Annibale, nel 262 a.C. Per ragione di tattica militare – narra lo storico Polibio nel I libro delle sue Storie -, i consoli, “divise in due parti le loro forze, con l’una si fermarono dinanzi alla città presso il tempio di Esculapio, con l’altra si accamparono pure presso la città ma rivolti verso Eraclea Mìnoa”.
Contemporaneamente il cartaginese Annone giungeva col suo esercito dalla Sardegna e sbarcava in Sicilia; e dopo “aver riunite – scrive ancora Polibio – soldatesche ed ogni apparecchiatura ad Eraclea”, mosse per assalire Erbesso, cittadina posta tra Agrigento ed Eraclea (pare nei pressi di Raffadali), dalla quale i Romani ricevevano le vettovaglie. Ma si scontrò con l’esercito che assediava Agrigento; perciò, “prodottosi un ripiegamento generale, i più furono trucidati, i rimanenti si ritirarono in Eraclea”. Dopo sette mesi di assedio Agrigento venne presa, saccheggiata e i Romani ne trassero ben 25.000 schiavi.
Nel 260 a.C. il console Caio Duilio riportò la prima grande vittoria navale dei Romani nel mare di Milazzo; dopo la quale, narra ancora Polibio, “i Cartaginesi, messisi in mare con 150 navi coperte, approdarono prima a Lilibeo, e di qui andarono ad ancorarsi in Eraclea Minoa”.
Nel 265 a.C. il console Attilio Regolo portò la guerra in Africa, alle porte di Cartagine, aprendosi la via con una vittoriosa battaglia navale presso le acque del promontorio di Ecnomo (presso Licata). La flotta cartaginese era comandata da Amilcare il quale, sfuggito alla morte, si rifugiò in Eraclea Mìnoa; dove, poco tempo dopo – scrive ancora Polibio – “i Cartaginesi mandarono dei messi per richiamarlo in gran fretta” in patria.
Eraclea Mìnoa, evidentemente, fu per i Punici una base navale importantissima: doveva, quindi, essere ben fortificata e difesa per essere rifugio sicuro ai superstiti di tutte le battaglie sfortunate.
Dopo l’uccisione di Attilio Regolo da parte dei Cartaginesi, la guerra venne riportata in Sicilia. Dopo alterne vicende si concluse nel marzo del 241 a.C. con la battaglia navale delle Egadi vinta dalla flotta romana, al comando del console Lutazio Catulo. Ai Cartaginesi non restò altro che chiedere la pace. Il trattato relativo intimava ad essi lo sgombero totale dell’isola.
La Sicilia fu allora organizzata a provincia romana. Roma lasciò libere le città di Segesta, Panormo e Centuripe; strinse trattati di alleanza con Messina e Taormina; sottopose le altre città a tributo, relativamente lieve e compensato dalla pace garantita dalla stessa Roma; all’alleato Gerone lasciò il suo Stato di Siracusa; le città della costa – quindi anche Eraclea Mìnoa – dovettero dividere con Roma le entrate delle dogane.
Insomma, in Eraclea Mìnoa – come nelle altre città, che non erano libere o federate – Roma esercitava il suo diritto d’imperio: a) con l’esercizio della giurisdizione e il controllo amministrativo; b) con l’imposizione di determinati pesi tributari; quindi le fu lasciato il territorio prima posseduto, con l’obbligo di pagare la decima.
Eraclea Mìnoa, dunque, godette – come le altre città nelle sue condizioni – di una certa autonomia amministrativa: c’erano dei magistrati eletti dal popolo e un consiglio degli anziani, in mano dei quali era il governo della città.
A capo della provincia siciliana c’era un pretore che durava in carica un anno, con potere militare, esecutivo e giudiziario, coadiuvato da giudici; il suo potere era assoluto; le città amministrate o, in genere, i provinciali avevano il diritto di ricorrere a Roma contro l’operato del pretore, ma dopo che era scaduto dalla carica.

SOTTO IL DOMINIO ROMANO PER SEMPRE
II duello tra Roma e Cartagine riprese nel 219 a.C. con 1′assedio di Sagunto, in Spagna, da parte di un esercito cartaginese al comando di Annibale; il quale, dopo aver preso Sagunto, portò la guerra in Italia.
La Sicilia, in questa che fu detta la seconda guerra punica (219-202 a.C.), fu coin volta quando Geronimo di Siracusa passò dalla parte di Annibale nel 215 a.C. Accorsero ad assediarla il pretore Appio Claudio da terra e il console Claudio Marcello dal mare. Fu un momento critico per i Romani assedianti quando – scrive Tito Livio nel libro XXV delle sue Storie – “il cartaginese Imilcone sbarcò ad Eraclea, chiamata Mìnoa, con 25.000 fanti, 3.000 cavalli e 12 elefanti”.
Con tali forze Imilcone occupò Agrigento, facendone il caposaldo cartaginese in Sicilia. Poi marciò verso Siracusa, che era difesa da macchine, anche Archimede fu ucciso da un legionario romano.
Nel 210 a.C. i Romani assediarono ed espugnarono Agrigento: anche qui grandi stragi, e la maggior parte degli abitanti furono venduti come schiavi.
I Cartaginesi sgombrarono definitivamente la Sicilia, ed Eraclea Mìnoa riprese a vivere, sotto il dominio romano, con gli ordinamenti ad essa dati dopo la prima guerra punica.

DEBOLE RINASCITA, NONOSTANTE LE GUERRE SERVILI
Dalla seconda guerra punica in poi gli storici non ci danno alcun riferimento su Eraclea Mìnoa sino a quella che fu detta prima guerra servile della Sicilia (136-132 a.C.). D’altronde, la storia cosiddetta civile è fatta e scritta per raccontare guerre e parlare di tiranni; tutte le altre cose non interessano, eccetto che non disturbino il bene e il benessere dei potenti, come ad esempio la situazione degli schiavi in Sicilia nel periodo che stiamo trattando.
Ricordiamo che lo schiavo, secondo il Diritto Romano, non aveva alcun diritto; non era considerato persona, al punto che lo si poteva indicare con un nome neutro (né maschio né femmina): mancipium. Perciò il padrone aveva su di lui il jus vitae et necis, il diritto di vita e di morte, e di morte per crocifissione. Anche gli stessi schiavi non avevano coscienza di essere persone (lo scopriranno col cristianesimo); si ribellavano perché non ne potevano più, per rivalsa contro i loro padroni, per vendicarsi e mettersi al loro posto.
Ebbene, nel 136 a.C., la disgraziata odissea degli schiavi di un latifondo al centro dell’isola fece scoppiare una rivolta, a capo della quale fu Euno, uno schiavo siriaco; il quale, assunto il titolo di re, sconfisse più volte le truppe romane inviategli contro. Pertanto gli schiavi, sapendo che in caso di sconfitta sarebbero stati trattati senza pietà alcuna e possibilmente crocifissi, si batterono disperatamente contro le legioni romane seminando distruzione e desolazione nella Sicilia, non esclusi il territorio di Eraclea Mìnoa e la stessa città, che fu abbandonata da molti suoi abitanti.
Alla fine, dopo un altro fallito tentativo di Calpurnio Pisone, nel 132 a.C. il console Publio Rupilio riuscì nell’impresa di domare e annientare gli schiavi, occupando prima Taormina e poi Enna, capitale dei rivoltosi.
Publio Rupilio, assistito da una commissione di senatori, governò per alcuni mesi del 132 a.C. la Sicilia, che riorganizzò secondo le disposizioni contenute in quella che passò alla storia come la Lex Rupilia.
Lo stesso Publio Rupilio, come fece per altre città, mandò, secondo Cicerone nella sua II Actio in Verrem, un gruppo di coloni per incrementare il numero degli abitanti, stabilendo tuttavia che il numero complessivo non superasse quello dei precedenti.
“I coloni – scrive E. De Miro – dovettero essere raccolti de oppidis siculorum, così come aveva fatto il pretore Manlio un secolo prima per Agrigento, dopo la sua caduta; e tali coloni possiamo ritenerli in gran parte indigeni nullatenenti, piccoli coltivatori, conformemente alle preoccupazioni e agli interessi della politica di Rupilio per l’agricoltura siciliana, confermata nella Lex che porta il suo nome… L’uso del teatro, pertanto, continuò nel II secolo a.C. fino a che le vicende della prima guerra servile non apportarono le inevitabili distruzioni” (Kokalos, n.XII, 1966, pp. 225; 230).
Comunque, sembra che in buona parte la città fu ricostruita e la disposizione stradale (che man mano ora va scoperta) appartiene proprio a questo periodo. Delle case furono addossate addirittura al teatro, ormai fuori uso; e furono aggiunte anche nuove mura di rinforzo.
Nel 104 a.C. scoppiò la seconda guerra servile. Ne fu a capo Tritone, detto Salvio; il quale, fattosi eleggere re, pose la sua residenza in Triocala (oggi, Caltabellotta) costruendovi opere di fortificazione. Assediata dai Romani, non fu presa.
A Tritone, morto durante l’assedio, successe Atenione, uomo di abilità non comune e di vasta cultura.
Anche questa guerra seminò devastazione e distruzioni nel territorio e nella città di Eraclea Mìnoa.
Finalmente il proconsole Manlio Aquilio riuscì a sgominare l’esercito degli schiavi e ad uccidere lo stesso Atenione: era il 99 a.C. Eraclea Mìnoa, nonostante tutto, riuscì a risollevarsi ancora una volta.

OLTRAGGIATA DA VERRE, MA DIFESA DA CICERONE
Caio Licinio Verre fu propretore in Sicilia dal 73 al 71 a.C. Dovette combattere contro i pirati che infestavano le coste siciliane. Eraclea Mìnoa, come afferma Cicerone nella sua V Actio in Verrem, fornì a Cleomene, il comandante siracusano a cui il pretore romano aveva affidato la flotta per dare la caccia ai pirati, una nave, come fecero altre città.
Ma Verre era un uomo di indole crudele e disonesta: cupido di denaro e affetto d’una passione maniaca per gli oggetti d’arte. Per questo in Sicilia si rese colpevole di tali soverchierie e vessazioni da essere accusato, dai Siciliani, di concussione. La loro causa fu sostenuta in modo deciso e incisivo da Marco Tullio Cicerone, oratore, filosofo, scrittore e uomo politico di grande levatura. Attraverso le sue 7 Actio in Verrem documentò per la storia le malefatte dell’uomo. E Verre, prevedendo la condanna, andò volontariamente in esilio a Marsiglia.
Verre rubò dal tempio di Esculapio di Agrigento la statua d’Apollo di Mirone, scultore del V secolo a.C.; e tentò pure, una notte, di sottrarre la statua bronzea di Ercole dal tempio di Ercole.
Ad Eraclea Mìnoa non sottrasse opere d’arte: forse non ce n’erano; d’altronde, sino ad ora gli archeologi non hanno trovato tracce di eventuali templi, ove potevano trovarsi. Però fece uccidere il novarca, ossia il comandante della nave che aveva collaborato alla lotta contro i pirati, come del resto aveva fatto con altri di altre navi di città amiche, cui addossava certi fallimenti in tale lotta. Perciò Cicerone, nella V Actio in Verrem, De suppliciis, ricorda che durante il suo viaggio in Sicilia, arrivando di notte ad Eraclea Mìnoa, gli venne incontro la madre del novarca (ossia del comandante della nave), accompagnata da molte altre matrone, in mezzo ad un agitare di fiaccole in segno di protesta, chiedendo giustizia.

TRAMONTO: I SECOLO DOPO CRISTO
Lentamente ma inesorabilmente Eraclea Mìnoa va verso il suo definitivo tramonto: nessun autore del tempo ci dice qualcosa che possa far luce su questa inesorabile sorte. Spigoliamo qualche notizia che documenta… un’assenza e dei ruderi che vanno anch’essi scomparendo travolti nel tempo da frane e intemperie.
Strabone (64 a.C. -24 d.C.) nella sua opera, Geografia, scrisse che ai suoi tempi, ossia sotto l’imperatore Cesare Augusto, la costa meridionale della Sicilia era deserta. Testualmente scriveva: “Degli altri lati (della Sicilia), quello che stendesi tra Pachino e Lilibeo è stato interamente abbandonato; e solo alcune tracce si hanno delle antiche abitazioni, tra le quali Camarina, colonia di Siracusa. Tuttavia rimangono Agrigento e Lilibeo. Essendo, infatti, la maggior parte di esse cadute sotto la signoria di Cartagine, furono distrutte dalle grandi e continue guerre che vi si combatterono”. Quindi, già agli inizi dell’impero romano, Eraclea Mìnoa non esisteva più, almeno come città abitata.
Stefano Bizantino (VI secolo d.C.), nel suo Lessico geografico cita Eraclea Mìnoa, ma semplicemente come un ricordo della classicità greco-romana.
Al tempo di Tommaso Fazello (1498-1570), secondo quand’egli scrisse nel De rebus siculis (dec.I 1.VI, c.2°), si vedevano ancora ruderi delle mura. E dalle mura della città fino al fiume Lico (il Platani) c’erano ruderi di acquedotti, tra i quali uno intero costruito con pietre di gesso. “Le altre reliquie della città – scriveva – per non avere forma alcuna, non mostrano più a che cosa fossero serviti”.
Da notare che la collina di Capo Bianco sulla quale sorgeva Eraclea Mìnoa, per la natura del terreno, era soggetta a frane; sicché sia il porto che le fortificazioni, man mano, sono stati travolti dal mare. Solo i quartieri alti e le mura relative hanno resistito.
Ma anche queste “reliquie” furono travolte dalla rabbia del tempo e sepolte nella polvere sino agli inizi del 1900, quando qualcuno, in cerca dei luoghi che si rifacevano al mito di Minosse, ha incominciato a frugare tra la polvere di Capobianco per mettere in luce la città legata appunto a tale mito.

Leave Comments