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di Nino Pennino

Un giovane, studente delle scuole superiori, era al mare e verso sera guardava stupito la meraviglia del tramonto. Il suo riverbero lo esaltava e rifletteva sul mondo della mitologia e vedeva con la fantasia un unicorno timido, che volava per sentieri sconosciuti e mai esplorati, ed altri esseri, che gli giravano attorno. Quello strano animale lo affascinava e lo colpiva per la sua eleganza. Gli altri esseri, che gli volavano attorno dovevano essere degli angeli. “Chissà se questi esseri fossero capaci di trasportarlo per terre lontane, sorvolando l’Oceano atlantico?” Viveva in un mondo irreale, perché per conoscere altri continenti c’erano tanti mezzi veicolari.
Questo giovane Angelo Scrigno era un argentino di origine siciliana, che venne a studiare canto all’università Mozarteum di Salisburgo. I suoi genitori avrebbero voluto che rimanesse a Buenos Aires a studiare canto. D’altronde il giovane non sapeva spiegarselo, perché sentisse in sé un richiamo verso il vecchio continente. Allora la famiglia racimolò con fatica del denaro per accontentarlo anche perché lo riteneva un artista. Il commiato non fu facile sia per la lontananza sia per tutto l’amore, che la famiglia nutrisse per lui. Angelo per prima volle visitare i lontani parenti di Sicilia, che lo accolsero con affettuoso calore, e poi si recò a Salisburgo, la città dove crebbe il compositore Mozart.
L’idea di visitare l’Europa gli veniva ogni volta che guardava a casa i passaporti italiani. Era un europeo e non conosceva l’Europa. Una forte spinta lo portava con forte desiderio lontano tra gente cordiale, ogni volta che studiava la storia universale, ed alla sua origine italiana, patria di artisti e di tenori come lui. Quando ebbe il passaporto italiano si inorgogliva. Diceva a se stesso “sono anche un Italiano, terra dei miei antenati”. Però nel suo cuore portava l’Argentina.
A Salisburgo si trovò bene, perché fu iscritto all’università Mozarteum, apprezzata da tutto il mondo e perché ebbe dalla città un sussidio per mantenersi agli studi. Nel suo tempo libero ispezionava la città, ricca di storia e di monumenti. Faceva ore di passeggiate lungo il fiume Salzach e scalava le colline, che circondavano la città. Visitò la fortezza, il castello Mirabell, altri antichi palazzi, chiese e musei. Al parco del castello Hellbrunn visitò lo zoo ed ammirò gli esemplari di animali feroci. In quel momento si calò il suo pensiero verso un mondo mitologico antico, che aveva studiato a scuola, e ripeteva i nomi di mostri, che il dio Dionisio nella commedia di Aristofane trovò oltretomba.
Oramai gli studi a Salisburgo stavano per finire e già la sua voce veniva richiesta da più parti del mondo con sua grande soddisfazione anche perché voleva rendere felice la sua famiglia tanto lontana da lui. Durante le rappresentazioni di opere all’interno dell’università le sale erano sempre gremite di pubblico anche per ascoltare la sua voce.
Un giorno il dottorando in canto lirico si ammalò. I medici, che lo visitarono, non seppero guarirlo. Per lui furono chiamati i medici più bravi della terra, che non seppero nemmeno diagnosticare la sua malattia. Sembrava che non ci fosse nessun rimedio quando il tenore sentì una voce di mare, che gli diceva che solo il nettare dell’unicorno avrebbe potuto guarirlo. Fece diramare la notizia tramite stampa, radio, televisione, ma nessuno tra i mortali conosceva l’unicorno, un essere diverso dagli altri animali. Forse l’unicorno era un dio volante per via della sua medicina miracolosa, che portava appresso nel suo contenitore evidente a tutti. Era una animale prettamente sensibile al dolore degli altri, per i quali si metteva sempre a disposizione a richiesta.
L’Argentino aveva perso la speranza di guarire quando gli apparve un angelo, che gli svelava che lui avrebbe dovuto cantare arie di Mozart, Puccini e Donizetti per cullare con la sua voce l’unicorno. Solo così avrebbe ricevuto il nettare dall’unicorno. Il cantante lirico gli chiese dove avrebbe dovuto cantare. Il luogo e quando, il giovane l’avrebbe saputo nel momento, in cui il sole splendeva. Adesso era compito degli angeli rintracciare l’unicorno, i quali chiesero aiuto al mare. In un giorno di tempesta gli angeli si presentarono al mare con il suono delle trombe per parlare con lui. Era risaputo che il mare ascoltava volentieri della buona musica e la voce di questa era come un suo linguaggio preferito a tutte le altre. In quel momento del messaggio il mare si calmò e prima di tutto corse al capezzale del malato per fargli coraggio e poi con la sua potente voce, che risuonò per tutti gli angoli della terra, mandò un grido pietoso di gentile richiesta alla mandria degli unicorni. In un angolo di cielo con prati fioriti abitavano gli unicorni, che svelarono all’eco di mare la loro dimora. Immediatamente si recò là una schiera di angeli a chiedere il nettare agli unicorni, che fecero a gara per riempire un corno intero della preziosa e miracolosa bevanda. Ogni unicorno possedeva solo una goccia di nettare. Cosicché con il loro impegno si riuscì all’intento di procurare al giovane argentino tenore la porzione necessaria.
La schiera felice di angeli portò al malato il nettare dell’unicorno, che lo fece subito guarire. Era proprio una giornata splendida e così senza essersene accorto del volo, che fece, fu in mezzo alla piazza del Politeama a Palermo circondato da un folto pubblico, che era in attesa delle sue arie. Quando nell’aria echeggiò e si diffuse il suo canto un coro di angeli ed un’eco di mare lo accompagnarono. Dal cielo la mandria degli unicorni beati stettero in ascolto ed era felice di avere fatto un’opera di bene.

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