Quando di Sabato pomeriggio, alle prove del coro di cui faccio parte insieme con mia moglie, capita a qualche sezione un momento di pausa, si vedono i suoi componenti afferrare velocemente il proprio cellulare e mettersi “all’opra”, cioè a “bighellonare nel web”.  Per non dire di quando ci si trova nella sala di attesa di qualche studio medico o seduti al tavolo di un bar ad attendere che servano un caffè o qualcos’altro.  Ormai, siamo affetti da un tic collettivo per cui anche due persone separate da una parete o da qualche centinaio di metri, per comunicare, o per non sentirsi lontane, trovano normale fare uso di quel diabolico “aggeggio” che è diventato il cellulare.

Spesso, mi viene in mente, quel periodo spensierato e giovanile, in cui non solo non esistevano i cellulari o i mezzi di comunicazione di oggi, ma anche le abitudini, i rapporti sociali e i modi di relazionarsi erano molto diversi. Ad esempio, specialmente in paese, difficilmente si riusciva ad intrattenere un continuo rapporto di amicizia o di simpatia con tutte le ragazze, ed allora anche il romantico, caro e vecchio juke box ci tornava molto utile. Quante volte, la sera in piazza, vedendo arrivare dal mare una ragazza che interessava si correva a gettonare la canzone ” Abbronzatissima” ? E quante altre, per manifestare un dissenso, un’imbronciatura o un dispetto si sceglieva “Se mi vuoi lasciare”?

Per non dire che, quando si era allegri e felici le note di “Azzurro” coprivano per intere ore chiacchiericci e passeggiate di centinaia di persone Noi giovani, quasi tutti pacifisti, ascoltavamo ed intonavamo con passione “C’era un ragazzo che come me….”. Si andava a digitare e scegliere una canzone quasi sempre per comunicare qualcosa a qualcuno. Andava proprio cosi !  Negli anni ’60, il Juke Box è stato come un nostro amico fedele, il confidente dei nostri sentimenti ed un mezzo di comunicazione meno algido, meno costoso e più “umano” di quelli di oggi.