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foto di Carmelo Randisi

Eravamo ai primi giorni di scuola alla “Ezio Contino” di Cattolica Eraclea. Frequentavo la I^ media. Non era ancora al completo il corpo docente, per cui, si sa, in questi casi si presenta sempre solo qualche insegnante che, possibilmente, non ti seguirà per l’intero anno scolastico. Un giorno di quell’anno si presenta il preside dell’Istituto che, ricordo esattamente come fosse adesso, ci suggerisce di scrivere le nostre prime impressioni sulla “nuova scuola media”. Era il professor Santo Spagnolo, requiem aeternam all’anima sua! Però, prima di andar via, di uscire, cioè, dalla nostra aula scolastica, chiama un ragazzo, pregandolo di segnare alla lavagna il nome dell’alunno che avesse disturbato i propri compagni, distraendoli dal loro lavoro. Era il compagno Giuseppe Rizzuto (Peppi Rizzutu) incaricato dal preside a scrivere “l’elemento disturbatore”. E’ ovvio che, se in seguito il ragazzo, segnalato alla lavagna, si fosse comportato bene e non avesse disturbato più nessuno, allora il suo nome sarebbe stato cancellato dal capoclasse. Tutto questo perché in classe doveva regnare un silenzio “di tomba”. Questo era l’ordine del capo d’Istituto. Quel giorno era capitato che tutti i nomi dei “malcapitati” venivano, dopo qualche minuto, cancellati. Beati loro! Perché? Vi spiego immediatamente. Ad un certo momento, per un movimento, che inavvertitamente avrò fatto, leggo il mio cognome, “Mulè”, alla lavagna. In quel preciso istante chi entra in classe? Era il preside. “Mulè, prendi i libri e vai a casa! Domani vieni accompagnato con tuo padre!”
Ho cercato di far valere le mie ragioni per potermi liberare da quella ingiusta punizione, ma tutto è stato inutile. Erano tempi, quelli, in cui si cacciava fuori dalla classe molto facilmente, incuranti, gl’insegnanti, che, nel corso delle ore di lezione, all’alunno potesse capitare qualcosa di grave per strada. Erano quelli i tempi. Erano i primi anni Cinquanta, esattamente il 1951. Tuttavia il giorno dopo non mi son presentato a scuola con mio papà. Non gliel’ho neanche fatto capire, perché avrei “beccato” un’altra punizione in casa (sarei rimasto chiuso in camera senza mangiare; allora era così, la famiglia era sempre dalla parte del professore). Cosa ho fatto. Con i libri sotto braccio ho fatto ritorno a casa, percorrendo la salita di Via Immacolata. A metà strada si trovava la bottega di falegnameria di mio zio Gerlando con cui stava a lavorare il figlio, Gaspare, mio cugino paterno. Mi fermo, chiamo in disparte Gaspare e gli chiedo di accompagnarmi per l’indomani a scuola, ovviamente spiegandogli tutto l’accaduto e pregandolo che il “caso” sarebbe dovuto rimanere tra di noi. Avuta la certezza della soluzione del problema, ripresi il cammino verso casa. Al perché, da parte di mio papà, del rientro da scuola prima dell’orario normale, me la son cavata con una bugia, precedentemente elaborata: “Non c’erano i professori per le ore successive”, ho spiegato con calma. Mi è andata veramente molto bene. A mezzogiorno mi son seduto a tavola a pranzo con tutti i mei. Il giorno dopo mio cugino Gaspare era già pronto per accompagnarmi, spiegando al preside le ragioni per cui non mi sono presentato con mio papà. Risolto l’incidente, ho potuto fare rientro in classe. Mio papà, Dio benedica la sua anima, non è mai venuto a conoscenza dell’accaduto, grazie alla fraterna comprensione e alla collaborazione di Gaspare, che ancora oggi ringrazio e saluto caramente con un riconoscente abbraccio. Un momento che, ancora oggi, mi salta sempre in mente!

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