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Erano altri tempi. Tempi di miseria, di malessere, di noia. Soprattutto di noia. Perché non esisteva modo di vivere diversamente la vita. Le giornate scorrevano molto lentamente. Le occupazioni principali si limitavano alle solite mansioni giornaliere. La donna, moglie e mamma, per lo più casalinga, era dedita alle faccende domestiche: lavare, stirare, rammendare, badare ai figli, cucinare e quant’altro. Per noi bambini, niente di eccezionale. Eravamo soli con la nostra fantasia che doveva rimanere prigioniera della e nella realtà. Di quella realtà che ci dava poco e, spesso, nulla. I nostri giochi venivano fuori semplicemente dalla nostra capacità creativa. Parlando degli anni Quaranta, bambini di sette/otto anni, ci si divertiva, ma tanto, giocando a “guardie e ladri”, oppure a “mosca cieca”, ovvero a “nascondino”.
Erano giochi, per fortuna, di movimento, di azione, di corse per i vari angoli del paese. I quattro lampioni ai quattro angoli della “chiazza granni” erano il nostro giocattolo preferito: si giocava al “gatto e ai quattro topi”. Qualche volta si giocava al “campanaru” oppure con le noci o con le mandorle. E le figurine dei giocatori di calcio? Anche queste erano motivo di divertimento, talvolta di rissa e di “azzuffatini” tra di noi. Tanti altri ancora non li ricordo, purtroppo; son passati troppi anni. Erano, comunque, tutti giochi semplici che non costavano nemmeno una lira. E ci si divertiva moltissimo. Non posso dimenticare il cerchio vecchio e arrugginito delle biciclette. Lo si spingeva con un gancio di ferro e si andava in giro per le strade del paese, come fosse una bicicletta. Erano in pochi ad avercela. Io e tanti altri miei compagni di classe non ce l’avevamo.
Quanta allegria tra bambini (raramente si riusciva a coinvolgere anche le bambine). E il pallone? Avvolgevamo fogli di vecchi giornali e lembi di stoffa a mo’ di palla e si giocava. Qualche scherzo, però, qualche volta, si faceva anche. Tra carta e stoffa si sistemava bene un sasso e il primo che dava un calcio a quell’ “oggetto” se la vedeva proprio brutta. Un male da svenire! Erano scherzi di ragazzi, ovviamente. Questo era pure un modo per distrarci dalla monotonia di tutti i giorni, anche se i giochi erano diversi e di varia natura. Ma erano giochi sani e, in fondo, assolutamente innocenti. Si creava il momento per stare insieme.
Erano giochi di società. Giochi che ci insegnavano a crescere, perché imparavamo a conoscere l’altro, ma, prima di tutti, noi stessi. Ci confrontavamo, ci controllavamo, imparavamo a stare con gli altri. Inoltre, quante emozioni! Perché l’emozione non è solo una risata, non è solo una pacca sulla spalla. L’emozione è, soprattutto, il sentire, il vederci, l’abbracciarci, raccontarci le nostre piccole storielle. Emozioni che cambiavano ogni giorno, a seconda del gioco che ci coinvolgeva. Giochi di compagnia, giochi di gruppo. Emozioni che dipendevano dai luoghi in cui decidevamo di passare il nostro tempo: i colori, il sole, le nuvole, tutto contribuiva a farci stare allegri oppure a immalinconirci. Ma eravamo insieme: ridevamo, parlavamo, cantavamo, stavamo in silenzio. Erano quelli i momenti più belli che creavano nuove sensazioni, nuovi itinerari da percorrere o da ripercorrere, nuovi ambienti da esplorare per conoscere, per imparare, per crescere.
Quando finivo di studiare (frequentavo, allora, la prima media all’Istituto “Ezio Contino” alla ex GIL), prendevo un pugno di olive verdi o nere e un pezzo di pane e andavo a giocare con i miei compagni di classe. A giocare per la strada. All’aria aperta. Sì. Perché, allora, non c’era tutto il traffico di macchine che abbiamo oggi. Rischi di andare a finire sotto un’auto, “ZERO”! Tutta la strada era nostra. Tutto il paese era nostro; lo giravamo in lungo e in largo: Corso Regina Margherita, Via Agrigento, Via Prof. Leopardi, Via Monsignor Amato, Via Immacolata, Via Oreto, Via Amendola e così via. Correvamo e scorrazzavamo da matti! Anche il gironzolare per il paese senza una meta era un modo per stare insieme e, quindi, per divertirsi, per vedere qualcosa di diverso, per osservare, spesso, qualcosa che attirava la nostra attenzione.
Ci divertivamo immensamente ed eravamo molto contenti. Si rientrava a casa stanchi e desiderosi di andare, finalmente, a dormire. Era una vita di fantasia, di creazione e ricreazione, di aggregazione “pulita” e sincera, di movimenti fisici, di vera ginnastica all’aperto Non avevamo bisogno di andare in palestra.
Oggi, purtroppo, a distanza di soli cinquant’anni, la nuova tecnologia tende a isolare i ragazzi (anche i bambini e non solo), a chiuderli nelle loro stanze. Così gli spazi aperti (prima nostri, di noi ragazzi) vengono a perdere la loro originaria funzione aggregativa. I nostri bambini hanno, come luogo della loro educazione, la scuola e la loro cameretta, non più la strada. Non più il cortile, non più la piazza. Cent’anni dopo i ragazzi della Via Pal, oggi i bambini, gli adolescenti vivono nelle stanze, nelle camere da letto tecnologiche, che rappresentano il vero e proprio luogo educativo. Quell’idea del cortile come luogo d’incontro delle famiglie e, persino, dei bambini, oggi non fa più parte della nostra cultura. Si vive prigionieri tra quattro pareti, in silenzio, soli. I bambini, infatti, giocano da soli, crescono da soli, parlano con e nella solitudine.
Benedetti i miei giochi, sotto un cielo blu e, talvolta, nuvolo, con i miei compagni, con i quali ho imparato a vivere la vita in tutte le sue più svariate sfaccettature! Quanti calci al pallone, che, spesso, andava a finire contro i vetri di qualche finestra! Giochi di comunicazione. Giochi fatti di idee, di pensieri, di momenti educativi e socializzanti! Si potessero ripristinare i vecchi cortili, le vecchie spaziose piazze, le belle strade tranquille, non più calpestabili! Ma quanti giochi, creati con le piccole mani e con la forza della fantasia, tornerebbero a rendere più sereni i nostri bambini! Sono concetti di un povero romantico, malato d’inguaribile nostalgia.
Ai posteri l’ardua sentenza, se sentenza ci sarà!
Francesco Mulè

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