Diario di un emigrante: il telefono dei ragazzi anni Cinquanta
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di Francesco Mulè

Era il 1951. Frequentavo la prima media presso l’Istituto scolastico “Ezio Contino” di Cattolica Eraclea. La scuola era attigua al campo sportivo della GIL. Erano giorni di nuove conoscenze, solo maschili, per quei tempi. Sì. Perché le classi non erano ancora miste. Solo maschili e solo femminili. Ci si sedeva su banchi dal piano-scrittoio per niente liscio, sul quale si scriveva con difficoltà. Dovevi sistemarti su qualcos’altro di abbastanza spesso che potesse rendere agevole e scorrevole la scrittura. Erano banchi così lunghi che ospitavano dai quattro ai cinque allievi. L’alunno, che sedeva accostato alla parete dell’aula, costringeva gli altri compagni di banco ad alzarsi tutte le volte che veniva interrogato dal professore. Non è finita ancora la descrizione della struttura del banco degli anni Cinquanta. Sul bordo frontale esterno si trovavano dei buchi che servivano per sistemarvi, negli anni precedenti, i calamai con l’inchiostro, dove s’intingeva il pennino. Trascorsa l’epoca del pennino e dell’inchiostro nel calamaio, si cominciò ad usare la penna a sfera (la cosiddetta biro), per cui quei grossi fori erano rimasti vuoti. Ma noi li utilizzavamo per altri scopi. Mentre il professore spiegava la lezione, due allievi, che si trovavano a bande opposte nello stesso banco, uno all’estremità esterna e l’altro vicino alla parete, si comunicavano i progetti del pomeriggio. Una di quelle tante mattine, mentre il professore di lettere era intento a spiegarci la sua “bella” lezione, io, con la bocca accostata al “buco dell’ex calamaio””, comunicavo all’altro mio compagno, che aveva l’orecchio “incollato” al “buco”, tutto quello che era da fare nel pomeriggio, appena ultimati i compiti per il giorno dopo (avevamo inventato il telefono in classe). Naturalmente tutto si svolgeva a bassa voce, perché il professore non sentisse alcunché. Noi, immersi nella conversazione, non c’eravamo accorti che il professore s’era alzato, poiché ci aveva individuati in quell’atteggiamento.
Ad un certo momento mi sento un colpo di mano cosi forte sulla nuca (tra l’altro le mani del professore erano molto robuste) che m’ha fatto così male alla bocca e al naso da farmi fuoriuscire uscire abbastanza sangue. “Cosa facevi? – mi apostrofava il professore- Questa distrazione ti costerà molto cara”. Ed io: “Professore, chiedevo al mio compagno di venirmi a trovare a casa per svolgere il compito di latino”. Intanto l’altro compagno di “sventura”, al sentire quel vocione, si era sistemato, rimettendosi nella giusta posizione del ragazzo attento alla spiegazione della lezione. Ma subito dopo, essendo il professore una persona brava e buona: “Per questa volta –con voce più dolce e suadente- voglio essere clemente, non ti voglio rovinare, ma, attento, che non si ripeta più”. Ho promesso che mai più sarebbe successo, anche se, nel corso dell’anno, con molta più attenzione, ovviamente, questi episodi di comunicazione, durante le lezioni, continuavano a verificarsi all’interno della classe, naturalmente, tra compagni del medesimo banco.
Eravamo semplicemente ragazzi di appena 10-11 anni, età, sicuramente, della massima spensieratezza. Erano anni delle marachelle, delle imprudenze e di quant’altro. Oggi quei ragazzi sono cresciuti. Son diventati uomini di una società civile, responsabili delle loro azioni. Persone con la testa sulle spalle che danno consigli ai propri figli e, perché no? anche ai nipotini. “Cu lu tempu e cu la paglia maturanu li zorbi” (col tempo e con la paglia maturano le sorbe).
“Tempus omnia solvit” (il tempo risolve tutto).
Saluti fraterni
Francesco Mulè

One Response to "Diario di un emigrante: il telefono dei ragazzi anni Cinquanta"

  1. lorenzo gurreri  09/05/2013

    Grazie per avermi fatto rivivere una pagina della nostra storia.

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