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di Francesco Mulè

la stazione ferroviaria di Cattolica Eraclea nel 1951 (foto: Carmelo Randisi)

Erano giorni di studi intensi. Lo erano e lo furono. Ci si impegnava con tanto vigore e tanta forza di portare a compimento il nostro sogno. Quale? La liberazione dal nozionismo dei libri e la realizzazione di quelle che erano le nostre ambizioni. Entrare nel mondo del lavoro nel più breve lasso di tempo, non tanto per una nostra precipua e specifica soddisfazione, quanto per ripagare dei sacrifici i nostri genitori. Sacrifici che erano tanti allora, come, d’altronde, lo sono ancora adesso. Ma torniamo a quella che è stata l’apertura di questa nostra amichevole chiacchierata. Intensità di studi. Sì. Erano gli anni ’40, ’50. Anni in cui non esisteva la TV in tutte le case. Ricordo che a metà degli anni Cinquanta, ai tempi di “Lascia o raddoppia”, la trasmissione di Mike Buongiorno, si andava in casa del vicino, che, al contrario di tanti altri, avendo avuto la possibilità di acquistare un televisore in bianco e nero, riusciva ad ospitare un “esercito” di amici e conoscenti. Poi, andando avanti nel tempo, l’apparecchio televisivo era diventato un elettrodomestico pressoché indispensabile per le famiglie italiane. Prima si vedevano soltanto i programmi di una sola rete, Rai 1, sempre in bianco e nero. Poi è subentrata Rai 2 e la gente cominciava a vedere i programmi delle due reti televisive in casa propria. Ma i programmi non andavano oltre le 23. Dopodichè, tutti a letto. Personalmente ritengo siano stati molto piacevoli gli anni in cui la televisione ci costringeva a riunirci in casa di amici, poiché una famiglia su dieci, allora, possedeva un televisore. Posso dire che oggi il computer e le infinite possibilità offerte da internet ci permettono di isolarci nello spazio di pochi metri, rischiando di negarci il piacere di uno scambio di parole, di idee, di problematiche socio-politico-culturali, costringendoci a un’anonima comunicazione attraverso rapide e-mail.
Non vorrei apparire estremamente nostalgico, ma l’incontro diretto di persone, magari attraverso le solite frasi sulla politica, sulla condizione del tempo, sulla malasanità e quant’altro, permettevano contatti, fatti di parole e gesti. Era, insomma, una forma di comunicazione e al tempo stesso una forma di socialità. Dopo una giornata di studio, per noi, ragazzi degli anni remoti, o di lavoro, per il contadino, l’artigiano, l’impiegato o l’insegnante, ci si ritrovava insieme e si godeva di quel paio di ore passate in uno scambio di idee. Un rapporto che serviva ad arricchirci e a crescere permettendo agli altri di realizzarsi in noi e a noi di realizzarci negli altri. Tutto questo serviva a compensare le carenze delle teoriche nozioni dei libri sui quali si stava chini da matti per ore ed ore. Libri e professori che c’imbottivano di regole (“Dimmi la regola 25 di pagina 49”: è un’interrogazione di latino in terza media) di date storiche e di luoghi che imparavamo a conoscere sui libri di geografia o (per il più abbiente) su un atlante. Avevamo qualcosa in più, rispetto ai giovani di oggi: l’opportunità di uscire la sera e, con la scusa della televisione, ci si incontrava con la gente con la quale si trovava il modo per chiacchierare e di parlare del più e del meno.
Oggi, purtroppo, la televisione (ciascuna famiglia possiede due o tre televisori) ci tiene prigionieri in casa, tra quattro pareti, impedendoci di comunicare con gli altri e non permettendo agli altri di comunicare con noi. E’ un dato di fatto. E giorno dopo giorno tocchiamo con mano la nostra solitudine e si acuisce sempre di più l’incapacità a raffrontarci con il proprio vicino di casa, con l’amico. Siamo blindati in casa, lontani da tutti e da tutto, impenetrabili e soli. Si soffre (questo è il mio modestissimo parere) di mal di solitudine. Ma, torniamo al nostro problema. La televisione negli anni passati. Ci portava a vederci quasi tutti i giorni, a confrontarci e a crescere insieme attraverso contatti e rapporti quotidiani.
Un evento particolarissimo, che mi è rimasto impresso nella memoria e che considero uno tra i più bei ricordi della mia giovinezza, è stata la ripresa in diretta della conquista della luna da parte degli americani. Telecronista, allora, il grande corrispondente Tito Stagno. Era il 20 luglio 1969. Una giornata particolare, perché la mia stanza, dove si trovava il televisore, era affollatissima. Erano venuti tutti i miei vicini di casa, avendoli io, anzitempo, invitati e informati del grande momento storico. Si trattava di un avvenimento che fino ad allora mai si era presentato sotto i nostri occhi e alla nostra attenzione. Si trattava dell’arrivo di tre astronauti sulla luna.
Tre uomini erano atterrati sulla Luna il 20 luglio 1969, all’apice di una gara spaziale tra URSS e Stati Uniti d’America, ispirata alla guerra fredda. Neil Armstrong (5/8/30), Michael Collins (31/10/30) e Buzz Aldrin (20/1/30) sono stati i primi uomini ad avventurarsi per un viaggio sulla luna. Il primo astronauta a camminare sulla superficie lunare fu Neil Armstrong, comandante dell’Apollo 11. L’equipaggio dell’Apollo 11 lasciò una targa d’acciaio inossidabile, per commemorare lo sbarco e lasciare informazioni sulla visita ad ogni altro essere. Sulla targa c’è scritto: “Qui, uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta. Luglio 1969 DC. Siamo venuti in pace, per tutta l’umanità”. La targa raffigura i due emisferi del pianeta Terra, ed è firmata dai tre astronauti e dall’allora Presidente statunitense Richard Nixon. Questo il testo, allora letto dal telecronista Stagno, e, il giorno dopo, passato su tutti i vari organi di stampa.
E’ stato un momento bellissimo, incantevole sotto tutti gli aspetti. Per ciascuno degl’intervenuti, un “dopoprogramma” ricco di riflessioni, di commenti, di diversi modi di vedere l’avvenimento. Un “dopo” costruttivo, perché ci ha visti, per la maggior parte di noi, partecipi e coinvolti. E gli studi? Tutto qui. Impegnati tutto il santo giorno tra libri, quaderni, letture di brani antologici, traduzioni dal latino e cosi via. Un po’ di relax nel pomeriggio con qualche amico o compagno di classe. Poi, la sera, dopo cena, qualche trasmissione che ti permettesse di rilassarti, e, infine, per chiudere la giornata, un ripasso alle lezioni e, il mattino successivo, tanto per cambiare, ripasso generale per catturare almeno un modesto 6 (i professori di allora non erano tanto generosi).

Francesco Mulè

Gioventù giovane

Verde il cammino / lungo la strada che verrà / giganti fantasmi senza colore / e la barca fende la nostra proiezione / tutto risponde / ai conti di una calcolatrice / figlia prediletta della scienza / le nuvole non piangeranno / sull’asfalto di cristallo / minuscoli gli angoli delle strade che parlano / la fredda oscurità / della grigia mattinata / ci culla l’amaca delle nostre / giornate di rosa e cantiamo / la voce del vento di maggio / non ho fratelli stempiati / non ho la gola infiammata / fronde scarlatte cadono / sulle mani di latte / e mangio nel fitto mistero / di amici cespugli / si sentono colori rotondi / si vedono voci – zampilli / e si corrono rischi / ne vale la pena / e tu possiedi l’arroganza / la filosofia e la geografia / delle tue conoscenze / ti amavo spudoratamente / colpevole dei miei vent’anni / ma le pagine non le ritrovo più / leggo solo un triste frontespizio

Francesco Mulè

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