(foto di Carmelo Randisi)

Nel periodo che tra il 1650 al 1653, venne per la prima volta a Cattolica padre Luigi La Nuza, accompagnato da un altro gesuita, per predicare durante la Settimana Santa. Negli anni seguenti i due religiosi furono i promotori del trasferimento del Calvario dalla contrada Signore Dimenticato (monte Sorcio) al sito attuale (collina San Calogero) e della tradizionale processione del Venerdì Santo con la partecipazione delle confraternite. Per consentire il trasporto del corpo del Cristo dal Calvario alla chiesa del Santissimo Rosario (in quel tempo dello Spirito Santo), fu fatta costruire la vara in legno massiccio di Benedetto e Lorenzo Mirabitti. In memoria di padre La Nuza fu eretta accanto al Calvario una cappella, finanziata dalla signora Benedetta Tortorici.
In quegli anni il fervore religioso caratterizzava la popolazione di Cattolica, ne è esempio un avvenimento narrato negli Annali dei frati del convento. Nell’anno 1659 alla fine di febbraio nel convento della chiesa intitolata alla Madonna della Mercede, accadde che:




Fra Giuseppe di San Paolo, religioso di grande esempio, conosciuto e venerato in quella Terra, si alzò una notte all’ora dell’alba, per suonare la campana del Padre Nostro, come lì si usava fare, come in Spagna all’ora del tramonto si suona l’Avemaria. Essendo salito sul campanario per fare ciò, scivolò e cadde dall’alto in basso su un legno che serviva da passamano per la scala. Con la botta che diede, il legno si spezzò a metà e, essendoci per terra un altro legno dritto, di quelli che servono per le croci durante le processioni, gli s’introdusse dall’intestino e attraversò tutto il corpo da sotto a sopra fino a uscire da un lato della gola, come quello che usavano fare i Mori in Berberia.
Il frate, pur soffrendo atroci tormenti, accettò serenamente la morte e incoraggiava gli altri frati a non affliggersi per quanto gli era accaduto. Morì in odore di santità e il Vicario Foraneo lo fece seppellire nel Convento.

Fra Giuseppe, mentre era in vita, aveva fatto costruire un pozzo all’interno del convento. Gli abitanti andavano ad attingere l’acqua di questo pozzo che ritenevano miracolosa, idonea a disinfettare e guarire le piaghe e le ferite degli animali. Una delle guarigioni miracolose raccontate è quella riguardante una mucca morsa a un piede da un lupinos (ragno velenoso). La zampa dell’animale, gonfia e infetta, fu lavata con l’acqua attinta dal pozzo e, dopo un po’, ritornò sana come prima.